Boreano – Stagione 2014 (Terra degli Uomini Integri)

← Back to the Portfolio

Terra degli Uomini Integri

Boreano – Stagione 2014

Da ormai 20 anni in Basilicata, una regione del Sud Italia, a Settembre si ripete lo stesso scenario.

Numerose centinaia d’immigrati extracomunitari s’insediano nella regione per la raccolta di prodotti stagionali nei campi di lavoro (frutta e verdura).

I lavoratori stagionali extracomunitari svolgono la loro mansione in condizioni di vita e lavoro che vanno oltre i margini della dignità.

Trovano alloggio e riparo in casolari abbandonati in diversi accampamenti; in particolare nella zona del Vulture – Melfese, esiste un piccolo villaggio abbandonato, Boreano di Venosa ,ciò che resta delle abitazioni edificate dall’Ente Riforma Agraria negli anni ‘50, abbandonate dai proprietari, attualmente pericolanti e prive di ogni servizio.

I casolari sono stati occupati dagli extracomunitari che hanno creato una piccola comunità di Burkinabè (Africani provenienti dal Burkina Faso).

Il villaggio ha assunto le peculiarità di un ghetto, dove i lavoratori si ritirano a sera dopo il lavoro nei campi, e lì senza né acqua né elettricità, conducono una vita difficile.

Accampati nelle tende o rifugiati in stalle pericolanti, vivono in condizioni di alloggio disumane, nessun servizio igienico, in ambienti sporchi e infetti.

La Basilicata è una Regione del sud Italia con una scarsa densità di popolazione (poco più di 500.000 abitanti in 10.000 km² ) e il fenomeno è quasi del tutto ignorato dalla maggioranza della popolazione.

Esiste un muro d’invisibilità che separa le due realtà, essendo confinati nei terreni agricoli, non integrati nel tessuto sociale della regione, è come se non esistessero: sono invisibili, vivono in un mondo confinato, se non li cerchi non esistono.

Una parete di cassoni di pomodori da riempire, a pochi euro l’uno , nel vano tentativo di scavalcare il muro di disagio in cui sono immersi ,una lotta per la sopravvivenza costante e quotidiana.

Spesso chi giunge a Boreano ha alle sue spalle una fuga disperata dalla propria terra di origine, molti sono giunti sulle coste Italiane clandestinamente con barconi e gommoni di fortuna. Un viaggio in mare di giorni e giorni, con la speranza negli occhi e nel cuore di crearsi un futuro migliore in Italia, dove – purtroppo – una volta giunti trovano di fronte a loro l’ennesima porta chiusa.

Sono ragazzi che si danno un’aria internazionale,ascoltano musica con il loro lettore mp3, gli abiti che indossano ( spesso dono di associazioni di volontariato del posto ) riportano alla mente adolescenti comuni, alla moda.

Ciò rende difficile comprendere come sia possibile che vivano e lavorino in condizioni di profondo disagio sociale.

La loro immagine ci parla di ragazzi immersi in un presente fittizio, emulato, che in realtà affonda le sue radici in un passato disumano.

Spesso barattano il loro lavoro con una pecora che macellano a mani nude e arrostiscono con mezzi di fortuna, rafforzando il senso di coesione tramite la condivisione del pasto.

Sui muri dei casolari a volte si ritrovano delle scritte, in un’esigenza, quasi preistorica, di lasciare una testimonianza di sé e della propria sofferenza; si tratta di incisioni numeriche, il conteggio delle giornate lavorative effettuate nei campi, che appaiono quasi come un conteggio carcerario di giorni di prigionia.

A volte sono scritte a sfondo religioso: in una situazione di tale abbandono, lontani dalla propria terra, dalle proprie famiglie, per una forma di compensazione, si rafforza il senso della fede in un Dio che non li abbandoni, che sia presente ovunque qualcuno soffra.

Al tramonto si riunisco in preghiera rivolti verso la Mecca.

La loro quotidianità sembra avere come fulcro l’incertezza e l’instabilità di una vita nomade.

Ascoltando le loro storie si avverte un forte senso di fierezza delle proprie radici, umiltà e dignità d’animo, i loro sguardi sono sinceri, puliti, non chiedono, ma semplicemente esistono.

Il loro sguardo prova a combattere contro il pregiudizio, contro l’ignoranza che nasce dall’incomunicabilità delle diversità.

* Burkina Faso nella lingua dei Burkinabé significa Terra degli Uomini Integri.

Angela Potenza

  • Filed under: Reportage